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L’Amica Geniale: Il Rione Luzzatti raccontato da chi lo ha vissuto all’epoca di Lila ed Elena

Severino Satta, un amante della serie e abitante del napoletano, ha condiviso con noi la sua personale esperienza di vita vissuta al Rione Luzzatti durante il periodo raccontato da Elena Ferrante e portato su schermo dalla serie Rai ed HBO L’Amica Geniale.
Il Rione in questione è la culla della tetralogia dell’autrice dall’identità misteriosa, patria delle protagoniste, acquario di queste ultime e limite delle loro vite.
Sebbene la zona esista ancora oggi, per le riprese del prodotto televisivo il luogo è stato ricostruito nel casertano con lo spirito vintage che lo caratterizzava.
Ecco la testimonianza mossa dai ricordi personali del signor Satta e raccontata in prima persona.

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Io sono del 1943 e per varie ragioni, nonostante abitassi al Vomero, ho frequentato la scuola di Elena e Lila alle elementari.
Ho frequentato anche il rione Luzzatti fino al 1960 per poi ricapitarci di tanto in tanto.
Vorrei solo far sapere che io reputo tantissimi ragazzi che vivevano in quel rione “ragazzi geniali”.
Molti di questi nella vita si sono realizzati ad un livello alto. In quel periodo il Rione non era come descritto nel romanzo.
Era un posto di famiglie normali del dopoguerra e tutti o quasi tutti studiavano.
Esempio della scolarizzazione del periodo è la biblioteca del Maestro Collina. Io e tanti ragazzi ci siamo prodigati nell’allestimento dei libri, girando per le case dell’intera Napoli, firmando con i nostri nomi l’ultima pagina dell’appendice dei libri. Io mi firmavo Rino Satta Flores. Quella fu la prima biblioteca popolare della città.
E anche chi veniva dal centro di Napoli ogni anno partecipava alla festa delle matricole universitarie lì tenuta.
Il vero cognome della maestra Oliviero era Barbarossa, una donna bassa e grassottella come una vera mamma. Il mio maestro, invece, si chiamava Mario Sensale.

Quando qualche giovane terminava gli studi, i padri giuseppini lo collocavano subito al lavoro nelle tantissime industrie e fabbriche dei dintorni.

Il declino del Rione iniziò con l’avvento del nuovo rione chiamato Ascarelli, fatto di baraccati fuori dalla zona ittica.
Nel Rione della storia della Ferrante tutti si conoscevano, si stimavano e si aiutavano tra di loro.
Tutti i capo famiglia avevano un lavoro nelle tante industrie che erano nei paraggi, tipo la Mobiloil, il guantificio Vergona che dava pure lavoro a domicilio con il risvolto dei guanti, le manifatture cotoniali, la Saffa, il Soave ora Algida, il macello comunale, il mercato della frutta e della verdura, lo smistamento ferroviario che era proprio a Gianturco, più tante piccole imprese come la Precisa e la Saom.

Il Rione era composto da sei cancelli che oggi si chiamerebbero parchi.
I cancelli avevano i numeri 24/44/140/51/150 e quello nuovo tutto bianco vicino alla chiesa della Sacra Famiglia del padri Giuseppini.
La strada principale, il cosiddetto stradone, era via Taddeo da Sessa, ora via L. Murialdo, che arrivava fino alla stazione di Napoli di piazza Garibaldi.
L’altra strada era via Emanuele Gianturco, che attraverso il famoso ponte a tre corsie arrivava fino alla fine della zona marina, zona Sant’Erasmo.
I bar del Rione erano il Manzi al quadrivio, il bar Grottino azzurro, il bar Parisi, all’angolo dei famosi giardinetti, il bar e salumeria Sellitti in via Fragianni, il bar pasticceria Mattiacci, probabilmente riportato nella storia della Ferrante, e il bar Leone, ultimo arrivato a Quadrivio. Questi bar esistono ancora oggi.

C’erano due tabaccherie, una all’angolo dei giardinetti e l’altra vicino al cancello 140, anch’esse ancora oggi in attività. Vi era una sola farmacia, quella del dottor Pezzella.
Due erano le salumerie, Savino e Luzzatti, quest’ultima era così ben fornita e moderna per l’epoca che venivano dal centro di Napoli per acquistare lì. Aveva doppia porta e quattro vetrine, i banchi salumeria, poi, erano divisi da quelli della pasta e del sapone.

I fruttivendoli erano tre, di cui uno ambulante (Enzo nella storia) e altri due appartenenti alla famiglia Notaro.
I cosiddetti “scarpari” erano due, quello più bravo era in via Taddeo da Sessa (probabilmente i Cerullo della Ferrante).
Poi c’era il nuovissimo cinema Rivoli e il cinema parrocchiale come si vede nel film Nuovo cinema paradiso di Tornatore.
Nel cinema Rivoli il giovedì sera si proiettava “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno.

La chiesa del rione Luzzatti è stata interamente realizzata e ricostruita con lo smantellamento della chiesa di San Giuseppe che era in via Medina, al posto dell’attuale questura. Tutti i marmi pregiati e le opere in essa contenuti sono stati utilizzati per l’altra costruzione. Fu affidata ai padri giuseppini della Sacra Famiglia ed è ancora oggi esistente.
Negli anni ’50/’60 il parroco era don Ernesto, coadiuvato da padre Agostino.
Quest’ultimo era il più moderno dei padri giuseppini ed invogliava i giovanetti a lasciar perdere i tabù che le loro famiglie avevano. Molte, infatti, avevano dietro le porte di casa corni, ferri di cavallo e figurine di santini.
Padre Agostino diceva loro di andare a casa e buttare tutto, compresi i santini, poiché era solo indice di ignoranza e di superstizione, aggiungendo di dare a lui la colpa coi genitori.

Vi era, poi, il più anziano che aveva quasi 70 anni, padre Angelo, un sant’uomo. Tutte le ragazzine dell’epoca si confessavano solo da lui, in quanto per loro era un vero padre di fatto e dava tanti consigli ai giovani ragazzi che si affacciavano alla vita del dopo guerra.
La parrocchia era ben organizzata per aiutare tutti quelli che avevano bisogno, nei primi anni ’50 aveva anche una mensa per i meno abbienti.
I ragazzi che andavano alla messa delle 10:00 avevano in regalo formaggini di cioccolato e il biglietto per assistere gratis al film che veniva proiettato il sabato sera nella sala parrocchiale.
Durante il periodo estivo c’era il cinema all’aperto.
C’era il cinema, appunto, e la sede dell’azione cattolica.
La chiesa ospitava anche un campo da calcio e pallacanestro oltre al teatro in cui si studiava recitazione e si mettevano in scena varie opere, soprattutto quelle di Scarpetta, alla cui famiglia appartiene l’omonimo interprete di Pasquale Peluso.
Da questo campo da calcio uscirono tre ragazzi che poi giocarono in serie A con il Napoli: Casadio, Scognamiglio e Matarazzo.
La squadra del rione si chiamava Atlantik, nome di una casa di frigoriferi e sponsorizzata dal sig. Natale che aveva un negozio di frigoriferi, TV e lavatrici e permetteva l’acquisto a rate, con cambiali da pagare presso di lui, per risparmiare le spese che avrebbe richiesto la banca.
Lì organizzavano tante manifestazioni sportive tra cui la corsa sui pattini a rotelle, che consisteva nel fare 3 giri completi lungo il perimetro del rione (le strade erano asfaltate a differenza di come mostrano nella serie televisiva). Al primo e al secondo classificato andava una coppa e un buono per comprare libri da Amodio a Port’Alba. Io ne ho vinte ben tre.
Molte donne a turno provvedevano alla sussistenza e alla pulizia della chiesa e degli appartamenti del preti. Erano le cosiddette perpetue e ricordo bene le malignità che alcune “bizzoche” dicevano nei confronti di queste donne.

C’era un panificio molto famoso all’epoca, Ambrosino al quadrivio, il primo a fare il pan carrè nel capoluogo.
Questo perché vi era l’influenza straniera, poiché all’uscita del famoso ponte erano ancora presenti basi americane con campi da baseball, dove tanti ragazzi andavano a rubare le cosiddette “palle di ciuccio”.

Sempre il quadrivio ospitava l’ufficio postale e la pizzeria Triunfo, ancora esistente.
A via Gianturco c’era il carbonaro. A via Taddeo da Sessa due macellerie.
La merceria La Pietra vendeva anche giocattoli e rammendava anche le calze di nylon che all’epoca costituivano un lusso.
In quel periodo la Spider rossa, la macchina di Stefano, la possedeva soltanto una persona, la cui famiglia era grossista di frutta al mercato.

Questa era la scuola di Lila e Elena e la mia.
Io sono nascosto dietro alla maestra, le due bimbe che si vedono in basso a sinistra potrebbero essere le due protagoniste, una si chiamava Fanni e l’altra Puzone.
Poi nel 1951 fu inaugurata la nuova scuola “Quattro giornate” assieme alla biblioteca del maestro Collina in via Taddeo da Sessa il cosiddetto stradone descritto molte volte dalla Ferrante.
La foto della mia classe era composta dal Maestro Mario Sensale e da noi ragazzini.
Tra questi ragazzini sono usciti 2 piloti d’aereo, di cui uno morì a soli 30 anni per una malattia, un ingegnere della Selenia del Fusaro, un capo dell’ufficio del personale prima dell’Alfa sud e poi dell’Alenia, un ispettore dell’Agip Petroli oggi Eni, due professori e un maestro, due ragionieri e altri con lavoro dignitoso.
Il solo pensiero di questa classe mi riempie di gioia e sono onorato e felice di averne fatto parte, scegliendo questo luogo pur avendo casa al Vomero per stare assieme ad un mio amico conosciuto alla Floridiana.
Si chamava Enzo Milone e ci siamo frequentati come due fratelli fino al 2008, quando è venuto a mancare mentre io ero in Norvegia al matrimonio di uno dei miei quattro figli. Il destino a volte è beffardo.

Anno 1959, questi erano i famosi giardinetti descritti e visti nella serie televisiva. Come potete vedere erano tenuti in ottimo stato. I prati erano con erba al’inglese. I bordi delle aiuole erano fatti di pietre di tufo sagomate e levigate. Al centro di ogni aiuola c’erano piante o alberi. Nei sentieri dei giardinetti erano poste tantissime panchine in marmo bianco. Ogni giorno venivano spazzate e innaffiate da un addetto comunale. In questi giardinetti si faceva di tutto, si giocava, ci si incontrava come luogo di aggregazione sociale, si leggevano libri e si studiava.
Un mio ricordo fisso è quello di aver visto sempre tanti fidanzatini seduti su quelle panchine, sospirando e annusando i primi amori da adolescenti.
Una coppia su tutte la ricordo con grande affetto e ammirazione.
Per molti anni ogni sera, d’estate o d’inverno, con sole o pioggia, loro due erano seduti sulla loro panchina che dava sul lato del bar Parisi.
Lei era una delle più belle del rione, bella, bruna, occhi verdi e un fisico mozzafiato, lui un ragazzo intellettuale che passava il suo tempo tra libri e fanciulla.
Lui abitava nella palazzina dei ferrovieri, che era subito dopo al cinema Rivoli, lei era la figlia dei proprietari di una merceria ben avviata, studiò lingue presso un apprezzatissimo e carissimo liceo linguistico in via Chiaia a Napoli (frequentato poi anche da me dal 60 al 63).
Si sposarono ed ebbero dei figli, ma lei morì ben presto giovanissima, lasciando nella disperazione i figli e il povero marito, diventato poi un apprezzato architetto.

Nella foto ci sono io e gli amici Gino ed Enzo mi sostenevano poiché ero reduce da un incidente avuto con il mio Dik Dik, un motorino da 50cc che poi veniva truccato per aumentarne la velocità.
Fui investito dal bus 108 che arrivava da Napoli al rione Luzzatti.
Avevo ragione e fui pure pagato, però persi un anno scolastico e mia mamma volle che tornassi definitivamente alla mia casa con le mie sorelle al Vomero in via Bernini.

La foto che vedete si riferisce ad una tragedia che colpì tutto il rione e dintorni.
Correva l’anno ’52 o ’53. Il mio maestro Sensale, ogni mattina dopo L’inno d’italia e dopo averci controllati tutti per la pulizia personale (estraeva a sorte 5 nomi di bambini per controllarne l’igiene), metteva un manifesto alla lavagna in cui erano catalogati i vari tipi di bomba o residuati bellici da non toccare assolutamente.
Io li imparai tutti a memoria come altri ragazzini della mia classe, eravamo in 31.
Eravamo nel campetto dei giuseppini a giocare col pallone acquisito tramite la colletta che facevamo appositamente. Quest’ultimo volò oltre il filo spinato e in tre andarono a recuperarlo scavalcando il muro di cinta con grande abilità. Uno di loro però prese tra le mani un oggetto di ferro che si rivelò essere una bomba.
Se la passarono tra di loro come una palla fin quando non esplose.
Ricordo solo una scarpa che volò in alto e un boato. Scappai senza capire niente, arrivai tutto sudato a casa del mio amico Enzo che mi ospitava e non ricordo altro. Persero la vita Petrocco e Mancini, mentre Broegg si ferì alla fronte con delle schegge.
L’ho rincontrato dopo tanti anni a Sant’angelo d’Ischia in un locale notturno dove festeggiavo i miei venticinque anni di matrimonio, e non vi dico l’emozione.

Il mio rammarico è sempre stato quello di non esserci andato pure io.
Sicuramente non sarebbero morti, non avrei mai fatto toccare e prendere quegli oggetti da terra, conoscendone la natura.
La foto che vedete degli scout si riferisce al giorno dei funerali.
Vennero da tutte le zone di Napoli, poiché i ragazzi deceduti facevano parte del nostro gruppo scout Napoli V del rione Luzzatti.

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